La differenza di vivere una vita a colori – Intervista a Elisa Cattini

Elisa CattiniChiudete gli occhi, assaggiate il cioccolato: che colore ha? Nero come il buio. E il limone? Bianco come la luna. La diversità, in qualunque senso la si intenda, oggi è parte di noi, delle nostre vite, ancora più di prima, ma spesso siamo troppo sciocchi per capire che nelle differenze risiede la più grande delle ricchezze. Ora, aprite gli occhi e guardate solo per un momento il mondo come farebbe un bambino che, con il cuore aperto e un sorriso innocente sul viso, è al suo primo giorno in una scuola… a colori.

Ciò che ha visto Elisa Cattini, mamma, volontaria e scrittrice oggi è racchiuso tra le pagine del suo libro La scuola a colori, illustrato dall’artista Samanta Malavasi ed edito da Errekappa Edizioni. Una lettura per adulti e bambini che, con un linguaggio semplice, affronta temi importanti come l’integrazione razziale, il bullismo e la disabilità.

 

Elisa, chi è Leon, protagonista del libro La scuola a colori? Raccontaci com’è nato questo personaggio così sensibile e attento.

Per costruire il personaggio di Leon ho preso spunto da Leonardo, mio figlio, che, con la semplicità immacolata che solo i bambini hanno, è riuscito a ricordarmi la bellezza della diversità.

Leon è un bambino curioso e sensibile alle differenze, proprio come lui. Ricordo quando la sua maestra ha adottato un bimbo etiope che un giorno ha portato in classe per fargli incontrare i suoi alunni. Dopo averlo conosciuto Leonardo, anche se era molto piccolo, è tornato a casa ed, entusiasta, mi ha raccontato le sue impressioni: “È un po’ scuretto e viene da un paese molto lontano”. È stato allora che ha iniziato a capire che ci sono bambini diversi da lui con cui è bello fare amicizia.

Forse è anche da qui che è nata l’idea de La scuola a colori.

 

Perché la scuola di Leon è a colori?

La scuola, come il mondo che ci circonda, è a colori perché non esiste una sola tinta, così come non esiste un modo univoco di vedere e sentire le cose, né un solo carattere, né un solo genere, né un sola religione e così via.

Oggi, più di prima, siamo circondati da differenze che La scuola a colori vuole premiare e valorizzare, proprio come ogni scuola dovrebbe fare.

 

Questo libro è una favola per bambini, ma tra le righe contiene tematiche molto attuali come il bullismo, la multietnicità, l’integrazione. È un libro che fa riflettere anche i grandi… 

Mai come in quest’epoca i bambini si trovano a vivere situazioni che non dovrebbero far parte del loro mondo come discriminazioni e violenze. Io ho molta attitudine all’ascolto e ciò che sento, soprattutto lavorando nelle corsie d’ospedale come volontaria, è che troppo spesso i bambini subiscono indelicatezze o persino ingiustizie, che poi lasciano un segno indelebile nel corso della loro vita.

È importante che i genitori e gli insegnanti capiscano questi segnali in tempo. Il mio libro è infatti rivolto non solo ai bambini ma anche agli adulti. Mi piace l’idea che queste tematiche, così importanti e profonde, possano essere affrontate assieme ai propri figli in modo naturale.

Anche le favole servono per raccontare problemi reali: credi che questo libro possa aiutare bambini e insegnanti ad accettare le diversità e vederle come una ricchezza?

La storia che racconto si svolge in una scuola, quindi siamo volute partire proprio dalle scuole per far conoscere ai ragazzi il libro e il messaggio che veicola. A questo proposito stiamo organizzando laboratori e incontri con educatori e pedagogisti proprio sul tema della diversità.

 

C’è un episodio del libro che mi ha colpito più di tutti: quando Leon risponde con un abbraccio ad un gesto di ira di un suo compagno di classe, Giulio.

Leon è riuscito a leggere dentro il cuore di Giulio, un bambino problematico che litigava con tutti i suoi compagni di classe. Seppur così piccolo, ha capito che il suo modo di comportarsi nasce da un’assenza, così lo ha abbracciato, come a trasmettergli l’idea che da ora saranno gli amici a pensare a lui.

È utopistico pensare che uno slancio del genere, che abbia la forza di demolire un costrutto sedimentato nel tempo, possa avvenire anche tra adulti. Tra bambini tutto è più facile, ma in tutti i casi spesso, per cambiare, ci vuole un momento, un “trauma”, una scossa che spezzi il corso degli eventi e li ribalti in positivo.

 

Che funzione ha il personaggio Frida che troviamo in ogni capitolo del libro?

Frida? Nella realtà è un pupazzo a forma di giraffa. Nella fantasia di Leon è molto di più, rappresenta la sua confidente, la sua compagna di avventure, che, giorno dopo giorno, cresce insieme a lui. Mi piace pensare che i bambini abbiano di fianco una presenza che dia loro sicurezza e protezione. Frida per me rappresenta un modo per valorizzare l’importanza di usare l’immaginazione.

 

E ora… Raccontaci qualcosa di te, Elisa, che negli ultimi anni sei diventata una scrittrice instancabile e appassionata. Quando è scattata la molla?

Scrivere per me è come per molti correre, quando ho la penna in mano abbandono tutto e sento solo il mondo dove voglio essere. Non è mai una fatica, ogni volta scopro sfumature diverse di ciò che la scrittura offre. La molla è scattata da un disagio che stavo vivendo e che avevo bisogno di esternare; poi, passata la parte terapeutica, la scrittura è diventata divertimento puro.

Oltre ai libri che ho scritto negli ultimi anni, Legami di sangue, Anita e il giardino saporito, Anita e la gita in fattoria, La scuola a colori e Vite a gettoni, in uscita nei prossimi mesi, il 12 aprile uscirà su Il Tempo di Carpi il primo articolo della mia rubrica che parlerà dei “gesti gentili” tra la gente, di cui c’è così tanto bisogno nel mondo.

 

Giulia Rossi

Item added to cart.
0 items - 0,00